Il datacenter nello spazio di Google prende forma: lancio riuscito per Project Suncatcher (aggiornato: 2 ottobre 2026, ore 07:36)
- a cura di: massimo.valenti
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- Pubblicato: 2 ore fa
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Le TPU di Google, gli acceleratori che macinano i carichi di intelligenza artificiale nei data center dell'azienda, ora girano attorno alla Terra. Ieri, primo ottobre 2026, il prototipo di Project Suncatcher ha raggiunto l'orbita a bordo di un Falcon 9 di SpaceX, all'interno della missione rideshare Transporter-18. Il satellite, alimentato a energia solare e costruito insieme a Planet, è il primo test in orbita di un progetto che Google stessa definisce un "moonshot". In ballo c'è una domanda molto concreta: l'hardware per il machine learning può funzionare nello spazio abbastanza bene da giustificare, un giorno, dei data center orbitali?

La finestra di lancio si è aperta alle 11:15 (ora del Pacifico) dalla base di Vandenberg, in California, e il decollo è filato liscio. Il Falcon 9 ha portato in orbita bassa 130 payload: cubesat, microsatelliti, carichi ospitati, due veicoli dotati di capsula di rientro e quattro veicoli di trasferimento orbitale, incaricati di rilasciare altri 41 carichi in un secondo momento. Entro le 13:00 ora locale, SpaceX aveva completato il rilascio di tutto il carico. Il primo stadio è atterrato sulla Landing Zone 4 di Vandenberg, al suo venticinquesimo volo.
Poche ore dopo è arrivata la conferma che contava. «Il nostro team ha confermato il contatto con il satellite, che sta funzionando come previsto», ha dichiarato Travis Beals, senior director a capo di Project Suncatcher. Beals ha descritto la missione come il primo passo di una ricerca di lungo periodo, che intende esplorare «se lo spazio potrà un giorno ospitare un'infrastruttura di machine learning scalabile».
Il tono, alla vigilia, l'aveva già dato Sundar Pichai su X: «Le nostre TPU riusciranno a sopravvivere e a funzionare nello spazio? Beh, stiamo per scoprirlo... Un piccolo passo per le TPU...».
Le TPU (Tensor Processing Unit) sono ASIC progettati da Google per accelerare i carichi di AI e machine learning. Secondo il New York Times, il satellite ne monta quattro e, se tutto andrà secondo i piani, resterà operativo in orbita per un anno. L'obiettivo dichiarato da Google è valutare come si comportano queste unità nello spazio, con due osservati speciali: gli effetti delle radiazioni e l'efficacia nello smaltire il calore.
Il secondo punto è tutt'altro che banale. Nello spazio non c'è aria che porti via il calore, quindi niente ventole e niente dissipatori tradizionali: il sistema si affida a una combinazione di heat pipe e radiatori. Finora la soluzione è stata verificata in una camera a vuoto termico, che simula le condizioni termiche e di vuoto dell'ambiente spaziale. Prima del lancio, Google ha anche fatto girare carichi di AI sulle TPU in una struttura della UC Davis. Però l'azienda ammette di non sapere ancora come si comporteranno i chip nelle condizioni reali dell'orbita bassa: è esattamente ciò che il prototipo deve scoprire.
Google non nasconde che il primo lancio serve a capire «cosa funziona, individuare i punti di cedimento e applicare quanto appreso alle missioni future». Un progetto del genere, insiste l'azienda, «non avverrà tutto in una volta». Qualche resoconto ha descritto Suncatcher come una missione di monitoraggio ambientale, probabilmente confondendo il progetto con l'attività di osservazione terrestre di Planet. Le dichiarazioni di Google, tuttavia, parlano solo di calcolo.
La logica del progetto parte dall'energia. In orbita bassa un satellite può ricevere luce solare in modo quasi continuo e generare fino a otto volte più energia rispetto a un pannello sulla Terra. A questo si aggiunge un vantaggio meno tecnico ma molto sentito: lassù nessun comitato di quartiere protesta contro il nuovo data center che consuma energia e acqua.
L'ambizione di lungo periodo è collegare tra loro intere costellazioni di satelliti per gestire carichi di AI più grandi. Per farlo serve la comunicazione laser, perché i satelliti di Suncatcher dovranno operare in cluster di decine di unità. Mantenere il collegamento, spiega Google, richiede una precisione «simile a colpire un bersaglio grande come una moneta da chilometri di distanza, mentre entrambi i punti sono in movimento». La prova arriverà nel 2027, con due satelliti in orbita, anche questi costruiti da Planet secondo il New York Times.
Google non è sola. SpaceX sta sviluppando a Redmond sciami di satelliti con GPU e pannelli solari, da produrre insieme a Tesla, e la COO Gwynne Shotwell ha dichiarato a settembre che l'azienda porterà il «supercalcolo nello spazio» nel 2027. Elon Musk si è spinto oltre, sostenendo che i data center spaziali diventeranno il modo più economico per addestrare l'AI «entro due anni, al massimo tre». Secondo Space.com, SpaceX punta addirittura a una megacostellazione da un milione di satelliti AI chiamati "Starmind".
Il rapporto tra le due aziende, del resto, è intricato. Alphabet è un investitore di peso di SpaceX, quotata in borsa a giugno: la sua quota vale oltre 82 miliardi di dollari. Le due società sono partner stretti, anche se le rispettive divisioni AI si fanno concorrenza.
Gli esperti del settore, però, restano cauti. I lanci sono ancora costosi e la capacità disponibile è limitata. Inoltre, un data center orbitale richiede sistemi di raffreddamento e chip capaci di resistere a temperature estreme. Proprio per questo, i dati che il prototipo di Suncatcher raccoglierà nei prossimi dodici mesi valgono più di qualsiasi proclama: diranno se le TPU reggono davvero radiazioni e calore, o se il data center in orbita dovrà aspettare ancora a lungo.
Fonti: etnownews.com, cnbc.com, space.com
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