OpenAI: 13 miliardi di ricavi, 38 miliardi di perdite nei documenti trapelati (aggiornato: 17 giugno 2026, ore 15:10)
- a cura di: massimo.valenti
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- Pubblicato: 51 minuti fa
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Documenti finanziari sottoposti a revisione contabile e resi pubblici nelle ultime ore offrono uno sguardo raro - e piuttosto inquietante - sullo stato economico di OpenAI. I numeri raccontano una storia di crescita esplosiva dei ricavi, ma anche di perdite che crescono a un ritmo ancora più vertiginoso. Per chiunque utilizzi ChatGPT quotidianamente, e in Italia sono milioni, capire la salute finanziaria dell'azienda che lo sviluppa non è un esercizio accademico: è una questione di sostenibilità a lungo termine di servizi ormai integrati nella vita professionale e personale di moltissime persone.

Nel 2025 OpenAI ha generato 13,07 miliardi di dollari di ricavi, più del triplo rispetto ai 3,7 miliardi del 2024. Una crescita impressionante, che però impallidisce di fronte all'altra colonna del bilancio: i costi e le spese totali hanno raggiunto 34 miliardi di dollari. La perdita netta dichiarata è di 38,53 miliardi di dollari, contro i 5,09 miliardi del 2024. La perdita operativa si attesta intorno ai 20,92 miliardi.
Prima di chiudere il dossier con un giudizio definitivo, però, serve una precisazione contabile fondamentale. La cifra di 38,53 miliardi include un addebito non monetario una tantum di 41,55 miliardi, legato alla conversione della struttura societaria di OpenAI da organizzazione non profit a società a scopo di lucro. Si tratta di un adeguamento al valore equo di interessi convertibili e passività legate a warrant, non di denaro effettivamente uscito dalle casse. Alcuni analisti stimano che la perdita operativa sottostante, depurata da questa voce straordinaria, si aggiri intorno agli 8 miliardi di dollari.
Otto miliardi restano una cifra colossale. Ma è un ordine di grandezza diverso da 38,53. Ed è una distinzione che chiunque voglia ragionare seriamente sulla sostenibilità di OpenAI non può ignorare.

La voce di spesa più pesante è la ricerca e sviluppo: 19,18 miliardi di dollari nel 2025, contro i 7,81 miliardi dell'anno precedente. Addestrare e perfezionare modelli di frontiera richiede quantità enormi di calcolo, e questo si riflette direttamente nei costi infrastrutturali.
Il costo del ricavo - cioè quanto costa servire concretamente le risposte dei modelli agli utenti - è passato da 2,65 miliardi nel 2024 a 7,5 miliardi nel 2025. Ogni volta che ChatGPT genera una risposta, da qualche parte un cluster di GPU consuma energia e tempo di calcolo. Scalare il servizio a centinaia di milioni di utenti ha un prezzo, e quel prezzo cresce proporzionalmente all'uso.
La spesa per vendite e marketing è quintuplicata, da 1,11 a 5,73 miliardi. OpenAI non sta solo costruendo tecnologia: sta investendo massicciamente per conquistare quote di mercato, sia nel segmento consumer sia in quello aziendale.
Un capitolo a sé merita la dipendenza da Microsoft Azure, il fornitore di infrastruttura cloud su cui OpenAI esegue sia l'addestramento sia l'inferenza dei propri modelli. Solo nella prima metà del 2025, OpenAI ha speso 5,02 miliardi di dollari per la sola inferenza su Azure. L'inferenza, va ricordato, è il processo che genera le risposte in tempo reale: non include i costi di addestramento, che rappresentano una voce aggiuntiva.
Sommando il periodo dall'anno solare 2024 al terzo trimestre 2025, la spesa cumulativa per la sola inferenza su Azure raggiunge i 12,43 miliardi. Il totale dei pagamenti a Microsoft per servizi cloud e supporto alla ricerca nel corso del 2025 si avvicina ai 17,2 miliardi di dollari. In pratica, una fetta enorme dei ricavi di OpenAI torna direttamente nelle casse del suo principale investitore e fornitore di infrastruttura - un circolo che solleva domande legittime sulla reale indipendenza economica dell'azienda.
I documenti finanziari sono stati inizialmente analizzati e pubblicati da Ed Zitron nella sua newsletter, e successivamente verificati in modo indipendente dal Financial Times. OpenAI ha rifiutato di commentare.
Zitron non ha usato mezzi termini: «La condizione finanziaria di OpenAI è profondamente preoccupante. 38,53 miliardi di dollari di perdite sono astronomici, e ben superiori a quanto la maggior parte delle persone ritenesse possibile. Le perdite sembrano anche aumentare anno dopo anno a un ritmo drammatico, e non sono sicuro di come questa azienda possa trovare una strada verso una qualsiasi forma di sostenibilità o redditività».
La sua lettura catastrofista si basa sulla cifra lorda, senza distinguere tra la perdita netta comprensiva della voce contabile straordinaria e la perdita operativa sottostante. Ma anche adottando la stima più conservativa - circa 8 miliardi di perdita operativa - il quadro non è esattamente rassicurante: significa che OpenAI spende quasi il doppio di quanto incassa per far funzionare il proprio business, ancora prima di contare le voci non ricorrenti.
Queste rivelazioni arrivano in un momento cruciale. OpenAI si sta muovendo verso un debutto sui mercati pubblici previsto nel 2026. La conversione da struttura non profit a società a scopo di lucro - quella che ha generato il maxi-addebito contabile - fa parte proprio di questa transizione. È il prezzo, in termini contabili, di presentarsi al mercato azionario con una struttura societaria che gli investitori possano comprendere e valutare.
Per un'azienda che punta alla quotazione, l'immagine che emerge da questi documenti è a doppio taglio. Una crescita dei ricavi del 253% in un anno è il genere di traiettoria che fa brillare gli occhi agli analisti di Wall Street. Una struttura di costi così pesante, però, pone una domanda ineludibile: a quale scala di ricavi OpenAI raggiungerà il pareggio? E quanto capitale servirà per arrivarci?
I documenti trapelati non parlano di rischi per la continuità del servizio, e sarebbe scorretto costruire scenari apocalittici. OpenAI ha accesso a finanziamenti massicci e a una partnership strategica con Microsoft che, per quanto costosa, garantisce anche una rete di sicurezza infrastrutturale.
La tensione strutturale al cuore del modello di business dell'intelligenza artificiale generativa, però, è difficile da ignorare. Ogni risposta di ChatGPT costa denaro. Ogni miglioramento dei modelli richiede investimenti colossali in ricerca. Ogni nuovo utente aggiunge carico alle infrastrutture. I ricavi crescono, ma i costi corrono più veloci - una dinamica che, a un certo punto, dovrà trovare un equilibrio attraverso aumenti di prezzo, ottimizzazioni tecnologiche, o entrambi.
Per i milioni di utenti italiani che hanno integrato ChatGPT nei propri flussi di lavoro, questo non è un allarme immediato. È però un promemoria scomodo: il servizio su cui fanno affidamento poggia su fondamenta economiche che, al momento, non si sostengono da sole.
Fonti: republicworld.com, blockspace.media
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