Claude scopre la password dimenticata, e il proprietario recupera 5 Bitcoin (342.000 euro) (aggiornato: 14 maggio 2026, ore 16:32)
- a cura di: massimo.valenti
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- Aggiornato: 14 ore fa
- Pubblicato: 37 minuti fa
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Cinque bitcoin bloccati da oltre un decennio, una password impostata in stato di ebbrezza durante gli anni del college e un assistente AI che riesce dove anni di tentativi manuali avevano fallito. La storia dell'utente X noto come "Cprkrn" è diventata virale, raccogliendo oltre sei milioni di visualizzazioni in poche ore. Il bottino recuperato? Circa 400.000 dollari in Bitcoin, rimasti intoccati dal 2015. Lo strumento che ha reso possibile l'impresa? Claude, il modello AI di Anthropic.

La vicenda inizia intorno al 2014-2015, quando Cprkrn - ai tempi studente universitario - acquista 5 BTC a circa 250 dollari l'uno. Una cifra modesta, destinata a trasformarsi in un piccolo patrimonio. Il problema sorge quando, una sera evidentemente poco lucida, l'utente decide di cambiare la password del proprio wallet. Il giorno dopo non ricorda più le nuove credenziali.
La frase mnemonica originale lol420fu**thePOLICE!*:) era annotata in un vecchio quaderno universitario. Ma non apriva più il file del wallet, perché la password era stata modificata dopo la sua creazione. Da quel momento, i 5 BTC restano bloccati all'indirizzo 14VJySbsKraEJbtwk9ivnr1fXs6QuofuE6, un wallet legacy P2PKH. I dati della blockchain confermano che da quell'indirizzo non è stato mosso un singolo satoshi fino al 13 maggio 2026.
Cprkrn non è rimasto con le mani in mano. Nel corso degli anni ha speso circa 250 dollari in tentativi di recupero professionale e provato qualcosa nell'ordine di 3,5-7 trilioni di combinazioni di password. Nulla ha funzionato. L'utente ha raccontato di aver atteso che Bitcoin superasse la soglia dei 100.000 dollari per tornare alla carica con un ultimo tentativo disperato.
Ed è qui che la storia diventa tecnicamente interessante - e dove vale la pena sgombrare il campo da equivoci. Claude NON ha "hackerato" Bitcoin. Non ha violato la crittografia, non ha forzato chiavi private, non ha sfruttato alcun exploit. Ha fatto un lavoro di digital forensics guidata dall'utente.
Cprkrn ha caricato nell'AI l'intero contenuto del suo vecchio computer universitario: file, backup, appunti. Claude ha analizzato questa massa di dati e individuato un elemento cruciale: un backup più vecchio del file wallet.dat, risalente a dicembre 2019, che precedeva la modifica della password. La frase mnemonica originale, quella scritta nel quaderno, funzionava su quel file.
Ma c'è di più. Claude ha anche identificato un bug nello strumento btcrecover, un'utilità open source ampiamente usata per il recupero di wallet Bitcoin. Il software concatenava una chiave condivisa con la password nell'ordine sbagliato. Claude ha corretto la logica di decrittazione, eseguito il processo e estratto le chiavi private in formato WIF (Wallet Import Format). Le chiavi corrispondevano all'indirizzo del wallet.
Lo screenshot pubblicato su X mostra l'output di Claude in tutta la sua enfasi: «CHIAVI PRIVATE DECRITTATE! CE L'ABBIAMO FATTA!!! I 5 BTC SONO TUOI!» Una notifica che vale quattrocentomila dollari.

Come ha spiegato un esperto di recupero intervistato da Decrypt: «Il ruolo di Claude è stato probabilmente quello di setacciare grandi quantità di dati storici e identificare indizi legati a credenziali o formati di password più vecchi. Non si tratta tanto di forzatura di password quanto di un lavoro di smistamento forense».
I wallet delle prime generazioni di Bitcoin mescolavano chiavi derivate da frasi mnemoniche - tramite la struttura gerarchica deterministica, o HD - con chiavi importate manualmente o generate in modo non-HD. Queste ultime non possono essere recuperate dalla sola frase mnemonica: sono custodite nel file wallet.dat e protette da una password.
Avere la frase mnemonica, insomma, non basta. Se le chiavi che controllano i fondi sono di tipo non-HD, serve il file giusto e la password giusta. Nel caso di Cprkrn, il file corrente era protetto dalla password dimenticata, ma un backup precedente - quello scoperto da Claude - era ancora associato alle credenziali originali. Un dettaglio che un essere umano avrebbe potuto trovare, in teoria. In pratica, era sepolto tra migliaia di file e nessuno ci era riuscito in undici anni.
La viralità del post ha innescato un'ondata di reazioni. Figure note dell'ecosistema crypto come Nic Carter, Jesse Pollak e la giornalista Laura Shin hanno commentato il thread. Il clamore ha però generato un fraintendimento ricorrente: l'idea che l'AI avesse in qualche modo "bucato" la sicurezza di Bitcoin.
La comunità crypto ha respinto con forza questa lettura. Il recupero si è basato interamente su credenziali già in possesso del legittimo proprietario del wallet. Nessuna vulnerabilità crittografica è stata sfruttata. Claude ha funzionato come un assistente di ricerca particolarmente capace, non come uno strumento di attacco.
Cprkrn stesso ha mantenuto un tono tra l'incredulo e l'entusiasta: «Santo cielo, Claude ha sbloccato questa roba», ha scritto taggando Anthropic e il CEO Dario Amodei. In un messaggio successivo ha sintetizzato il suo consiglio per chi si trova in situazioni simili: «Scaricate Claude, riversateci dentro tutte le vostre informazioni e pregate». Un approccio poco ortodosso, ma nei fatti efficace. L'utente ha ammesso candidamente che «sarebbe stato troppo stupido per capirlo» senza l'assistenza dell'AI.
Quella di Cprkrn non è una storia isolata, ma un esempio particolarmente fortunato di un problema su scala enorme. Milioni di Bitcoin restano inaccessibili a causa di password dimenticate, hard disk smarriti o frasi di recupero perdute nei primi anni della criptovaluta, quando pochi immaginavano che quei token avrebbero raggiunto valutazioni a cinque cifre.
Il caso più celebre è forse quello di James Howell, che nel 2025 ha tentato di recuperare un hard disk contenente migliaia di BTC da una discarica nel Galles - senza successo. Rispetto a quell'impresa titanica, il recupero assistito da AI appare quasi elegante nella sua semplicità.
Strumenti come btcrecover e Hashcat esistono da anni, ma richiedono competenze tecniche che l'utente medio non possiede. L'AI potrebbe colmare questo divario - non come grimaldello crittografico, ma come assistente forense capace di analizzare grandi volumi di dati personali, identificare file rilevanti e suggerire strategie che un non esperto non considererebbe. Il confine tra assistenza legittima e rischio per la sicurezza resta sottile, ma in questo caso la linea è chiara: Cprkrn stava cercando di accedere ai propri fondi, con le proprie credenziali, dal proprio computer.
Quattrocentomila dollari dopo, il verdetto è semplice: a volte il vero valore di un AI non sta nel generare testo o immagini, ma nel trovare un ago in un pagliaio digitale vecchio di undici anni.
Fonti: interestingengineering.com, fxstreet.com, news.bitcoin.com
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