SynthID è il nuovo sito di Google che controlla se immagini, video o audio sono fatti con AI (aggiornato: 7 ottobre 2026, ore 20:53)
- a cura di: massimo.valenti
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- Pubblicato: 4 ore fa
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Una foto che rimbalza sui social, un video troppo perfetto, un audio con la voce di un politico: capire a occhio nudo se dietro c'è un generatore di intelligenza artificiale è sempre più difficile. Google prova a dare una risposta con un nuovo sito pubblico di verifica: SynthID. Chiunque può caricarvi un'immagine, un video o un file audio e scoprire se contiene il watermark invisibile che l'azienda ha introdotto nel 2023. Il sito non cerca solo il watermark di Google: riconosce anche i contenuti prodotti con gli strumenti dei partner che hanno adottato la stessa tecnologia. Ed è qui che si gioca la partita, perché un rilevatore di watermark vale esattamente quanto la diffusione del watermark stesso.

Il servizio si trova all'indirizzo SynthID.com ed è disponibile in tutto il mondo, per ora solo in inglese. Per usarlo serve accedere con un account Google, OpenAI o Apple.
Finora il rilevatore era riservato a un programma di accesso anticipato. Era stato presentato a maggio 2025 e aperto solo a giornalisti, professionisti dei media e ricercatori selezionati. Chi restava fuori poteva soltanto chiedere a Gemini, con un procedimento macchinoso e risposte talvolta confuse, invece di un semplice sì o no. C'era poi un limite più serio. Il vecchio strumento cercava solo la variante di SynthID usata da Google. Un'immagine generata con ChatGPT, pur marcata con SynthID, passava dunque inosservata. Il nuovo sito riunisce invece in un unico punto i watermark distinti di tutti i partner.

Qualcosa, però, si perde rispetto alla precedente versione privata. Lo strumento interno evidenziava le zone dell'immagine che contenevano i pixel marcati. La versione pubblica restituisce soltanto un messaggio che indica se SynthID è stato usato per produrre o modificare il contenuto. I formati accettati sono molti: JPG, JPEG, PNG, BMP, WEBP, AVIF, HEIC, HEIF, TIFF, TIF e GIF per le immagini, MP4, MOV e WEBM per i video, WAV, MP3, OGG, FLAC, AAC e M4A per l'audio.
«Man mano che gli strumenti di AI diventano migliori e più facili da usare, avere un contesto chiaro sui contenuti che si incontrano online aiuta a decidere in modo consapevole di cosa fidarsi», ha scritto Pushmeet Kohli di Google DeepMind sul blog dell'azienda.
SynthID non è un classificatore che "indovina" se un'immagine sembra artificiale. È un segnale invisibile codificato nei pixel di immagini e video, oppure nella forma d'onda dell'audio. Viene inserito al momento della generazione. Ne deriva un limite strutturale: il rilevamento funziona solo se lo strumento che ha creato il contenuto ha lasciato la propria impronta. Un modello che non applica SynthID produce file che il sito non può riconoscere. Un esito negativo, quindi, non dimostra affatto che il contenuto sia autentico.
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Tra i prodotti di Google, il watermark è applicato da Gemini, Imagen, Nano Banana, Veo, Lyria, Flow, ProducerAI e Vids. La verifica è già integrata nell'app Gemini, in Chrome e nella Ricerca. Secondo l'azienda, gestisce oltre un milione di richieste al giorno. Anche i volumi marcati sono enormi: più di 180 miliardi tra immagini e video e 240.000 anni di audio. I resoconti però non concordano sull'attribuzione: alcuni riferiscono queste cifre al solo Gemini, altri all'insieme dei prodotti Google dal 2023.
I partner annunciati sono OpenAI, Nvidia e Kakao, con Apple in arrivo. OpenAI ha adottato SynthID a maggio e mantiene anche una propria pagina di verifica. Questa controlla immagini e audio alla ricerca sia di SynthID sia dei segnali C2PA, lo standard di provenienza parallelo. Per quanto riguarda Apple, Google parla di un watermark SynthID in arrivo «presto» sulle immagini di Apple Intelligence. Finché non sarà attivo, quei contenuti resteranno fuori dal perimetro del controllo.
Il resto del settore va per conto proprio. Microsoft e Meta usano standard di watermarking e verifica propri. Questi strumenti però non sono infallibili e spesso non riconoscono nemmeno i contenuti creati dai modelli delle stesse aziende. Meta, ad esempio, offre un controllo per le immagini dei suoi modelli Muse Image. A luglio, tuttavia, Reuters ha verificato che lo strumento non individuava i falsi generati da Meta stessa, una volta ritagliati. Sempre questa settimana, OpenAI ha iniziato ad applicare un watermark anche ai testi di ChatGPT nell'Unione Europea. Il quadro resta dunque frammentato: più standard, più verificatori, nessuno con una copertura completa.
Il verdetto va interpretato con giudizio. Un esito positivo non distingue tra un contenuto interamente generato e uno soltanto ritoccato. Il messaggio d'esempio mostrato da Google indica che il file «è stato creato o modificato con l'AI di Google» e avverte che potrebbe essere stato alterato in seguito. Inoltre, in alcuni casi il watermark può essere rimosso.
In pratica SynthID.com è utile per una conferma rapida, non per emettere sentenze. Un "sì" è un'informazione solida sull'origine del file. Un "no" significa soltanto che non c'è il watermark di Google o dei suoi partner. Sui generatori che non adottano SynthID il sito resta cieco. Contro la disinformazione, dunque, la sua utilità crescerà solo se crescerà il numero di chi accetta di firmare i propri contenuti.
Fonti: arstechnica.com, techcrunch.com, 9to5google.com
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