Basta trappole: Google penalizza i siti che bloccano l'"Indietro" (aggiornato: 14 aprile 2026, ore 14:43)
- a cura di: massimo.valenti
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- Aggiornato: 14/04/2026, 14:43
- Pubblicato: 14/04/2026, 15:31
Chiunque abbia navigato sul web negli ultimi anni conosce la frustrazione: si clicca il pulsante "indietro" del browser e, invece di tornare alla pagina precedente, ci si ritrova su una schermata inattesa, piena di pubblicità o raccomandazioni non richieste. Google ha deciso di penalizzare questo comportamento: il team Search Quality ha annunciato che il back button hijacking - la pratica con cui un sito manipola la cronologia del browser per impedire all'utente di tornare indietro - è ora formalmente classificato come comportamento spam malevolo, e i siti che lo adottano rischiano penalizzazioni nei risultati di ricerca.

Il meccanismo è tanto subdolo quanto diffuso. Quando si visita un sito che pratica il back button hijacking, del codice JavaScript - inserito direttamente nella pagina o importato tramite librerie di terze parti - aggiunge o sostituisce voci nello storico di navigazione del browser. Il pulsante "indietro" non riporta più alla pagina di provenienza.
Google elenca tre comportamenti specifici che rientrano nella definizione:
In tutti i casi si tratta di una manipolazione deliberata della cronologia di navigazione: una rottura del contratto implicito fra sito e utente.
Fino a ieri le conseguenze concrete erano pressoché nulle. Google aveva dichiarato in passato che questa pratica non aveva impatto sul posizionamento nei risultati di ricerca, pur sostenendo che fosse «sempre stata contraria» alle Google Search Essentials - e citando persino un articolo del 2013 a supporto. Un po' come vietare qualcosa e non sanzionarlo mai.
Ora il comportamento è stato inserito nella sezione «malicious practices» delle politiche antispam, la stessa categoria che include la distribuzione di malware e il software indesiderato che modifica le impostazioni del browser senza consenso o espone dati personali.
Non è una scelta casuale: equiparare il back button hijacking a pratiche attivamente dannose per sicurezza e privacy è un segnale preciso su come Google voglia inquadrare il problema. La definizione ufficiale parla di pratiche che «creano un divario fra le aspettative dell'utente e il risultato effettivo, producendo un'esperienza negativa e ingannevole».
Chris Nelson, portavoce del team Search Quality, ha citato «un aumento di questo tipo di comportamento» sul web come motivazione dell'intervento. Google aggiunge un dato qualitativo: gli utenti dichiarano di sentirsi manipolati e diventano progressivamente meno propensi a visitare siti sconosciuti. Il back button hijacking, in altre parole, non danneggia solo chi lo subisce direttamente - erode la fiducia nell'intero ecosistema web. Un problema anche per Google, che sulla fiducia degli utenti nei risultati di ricerca costruisce il proprio modello di business.

Lo schema segue un precedente preciso. Nel marzo 2024 Google aveva ampliato le politiche antispam con una finestra di conformità di due mesi prima dell'applicazione delle nuove regole sull'abuso della reputazione dei siti. Stesso copione: annuncio pubblico, periodo di grazia, poi sanzioni.
I siti che dopo il 15 giugno continueranno a praticare il back button hijacking si espongono a due tipi di intervento. Il primo è un'azione manuale antispam: un revisore umano identifica la violazione, applica una penalizzazione e la notifica tramite Search Console. Il secondo, potenzialmente più insidioso, è una retrocessione automatica nei risultati di ricerca, gestita dagli algoritmi senza preavviso.
Chi riceve un'azione manuale può rimediare al problema e inviare una richiesta di riesame tramite Search Console. Per le retrocessioni automatiche il percorso è meno definito: rimossa la causa, si attende che i sistemi di Google rivalutino il sito. Nessuna garanzia sui tempi.
Google ha riconosciuto esplicitamente che il back button hijacking spesso non è colpa diretta di chi gestisce il sito: il codice responsabile può provenire da script pubblicitari, widget di raccomandazione dei contenuti o strumenti di terze parti per l'engagement. La responsabilità, però, resta interamente del proprietario del sito. Nessuna attenuante: se uno script importato da una piattaforma pubblicitaria manipola la cronologia del browser, è il sito ospitante a subire la penalizzazione.
Questo obbliga chi gestisce un sito web a un audit tecnico accurato. Non basta controllare il proprio codice - occorre verificare ogni libreria esterna, ogni configurazione delle piattaforme pubblicitarie, ogni widget integrato. Gli elementi a rischio più elevato sono gli script pubblicitari e i sistemi di raccomandazione dei contenuti, esattamente il tipo di componenti che molti siti integrano senza mai ispezionare in dettaglio.
Per l'utente comune il beneficio è diretto: meno siti manipolativi nelle prime posizioni di Google significa un'esperienza di navigazione meno frustrante. Il pulsante "indietro" torna a fare quello che ci si aspetta. I siti che praticano back button hijacking non scompaiono dal web - perdono visibilità su Google, che è un'altra cosa - ma considerata la quota di traffico che transita da quel motore di ricerca, l'effetto deterrente ha buone probabilità di funzionare.
Fonti: developers.google.com, searchenginejournal.com, searchengineland.com